Login Form







 

JEWISH REFUGEES

IN APULIA
Witnesses of Rebirth

 

PROFUGHI EBREI

IN PUGLIA
Testimonianze di una rinascita

 

Rahlyn Mann

 

Rahlyn Mann, nata in Sudafrica nel 1922, fu inviata in Italia nel 1946 per contribuire all'assistenza dei profughi.
Avrebbe dovuto lavorare in un'haksharà di Roma ma qualcosa non andò secondo i piani e fu mandata nell'Italia del sud "dove non c'erano haksharot".
Era l’inizio di agosto del 1946 quando entrò a far parte dell'American Joint per i campi del Salento. Aveva un ufficio a Lecce, a cui i profughi si rivolgevano per ottenere varie informazioni, tra cui sapere delle quote stabilite per poter emigrare in altri paesi.
Di tanto in tanti si spostava tra i vari campi: Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca, Tricase, Santa Cesarea.
Si occupò di ben 4000 persone, anche se mai ne conobbe il numero esatto. Di tanto in tanto, infatti, i profughi destinati all'emigrazione clandestina sparivano, lasciando però ad altri tutte le informazioni relative alla loro famiglia, in modo che i nuovi arrivati potessero prendere il loro posto e ottenere gli aiuti che sarebbero spettati loro. Per questo nessuno sapeva esattamente quale fosse il numero esatto dei profughi nei campi.
Si preoccupava che i profughi avessero delle stanze in cui dormire, sebbene non sapesse cosa era successo a chi era vissuto in quelle case prima dell'arrivo dei profughi ebrei.
Il Joint operava in concomitanza con l’UNRRA. Se quest’ultima si occupava di fornire vestiti, cibi e case, il Joint provvedeva agli extra. L'UNRRA, ad esempio, predispose le stufe per l'inverno, mentre il Joint si preoccupò di fornire la paraffina da bruciare, trasformandola da liquido in  combustibile solido. Nonostante questo, molte erano le tensioni tra le due associazioni: si discuteva, per esempio, sul cibo per i profughi, in quanto gli ufficiali dell’UNRRA preferivano distribuire carne di maiale invece che latte.  Proprio per questo motivo fu costretta a  mangiare sardine ogni sera per un anno.
Un giorno sbarcò dal Sudafrica una nave piena di giacche e lei si preoccupò di girare per il campo e distribuirle agli uomini e ai bambini. Non avrebbe mai immaginato che anni dopo, mentre era a Gerusalemme, avrebbe incontrato uno di quei bambini, ormai adulto, che le raccontò di essere nato in un campo di transito in Italia e che ancora conservava nitido il ricordo di quando, a cinque anni, una donna gli aveva dato una giacca dopo avergliela fatta indossare per misurarla; poi gli aveva dato un bacio sulla guancia e una tavoletta di cioccolata.

I sopravvissuti erano ebrei di tutte le nazionalità: russi, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi. Chiunque di loro avesse bisogno di informazioni o volesse sporgere reclami, si rivolgeva a Rahlyn che rappresentava il Joint. Di solito andavano da lei a chiedere dei familiari perduti o di possibili partenze.
Erano tutti preparati all'emigrazione illegale. Quando Rahlyn giunse in Italia non ne sapeva niente. Dopo quattro mesi si accorse che alcuni lavoratori, ufficialmente al servizio dell'UNRRA, si comportavano in maniera strana. Uno, in particolare: si chiamava Duvdevani e portava un Magen Dawid sul cappello. Ufficialmente Duvdevani si occupava del cibo e controllava la kashrut nei campi, ma in effetti andava a giro con la jeep, presa in prestito dal Joint, a vedere chi sarebbe partito per la Palestina.
Intanto Rahlyn si recava ogni giorno in visita in un campo diverso e il comitato locale organizzava l'elenco delle persone che avevano lamentele da presentarle. Durante l’ora del pasto si fermava a mangiare al campo. In quelle "pause" Duvdevani prendeva la sua jeep. La situazione non durò a lungo perché ben presto Rahlyn fu chiamata a rapporto dal comandante perché gli desse spiegazioni riguardo il consumo eccessivo di benzina; lei rifiutò di parlare ma le fu imposto da quel momento di firmare ogni volta che dovesse andare in macchina da qualche parte  di dichiarare l'effettivo consumo di benzina.

Nonostante il campo fosse isolato dal resto del mondo, i profughi cercarono di crearvi una nuova società per ricostituire la vita che avevano interrotto.
C'era chi si occupava della gestione logistica, chi della sicurezza, chi della cultura, chi dello sport. Inoltre vi era il kibbutz Dror, un gruppo sionista.
C'era una scuola di ebraico, in cui studenti di età diverse potevano partecipare insieme alle lezioni.
Organizzarono una rappresentazione del Golem di An-Ski per la quale cucirono anche i costumi.
Nacque anche una fabbrica di legno che produceva culle e passeggini per affrontare le richieste delle nuove famiglie che andavano via via formandosi.

Dal punto di vista sanitario, i residenti del campo erano virtualmente sani. Prima di essere portati fin laggiù, venivano visitati più volte in vari luoghi di sosta. La malattia più diffusa tra loro era la TBC, piuttosto comune nell'Italia del sud, e l'ospedale che accoglieva e curava gli ammalati era quello di Santa Maria di Leuca.

La vita religiosa non era molto sviluppata. Alcuni erano osservanti ma i più non lo erano. Molti avevano perso la fede. Altri invece l'avevano rafforzata. Alcuni dicevano che sarebbero certamente diventati più religiosi al loro arrivo in Israele ma per il momento non lo erano.
Nonostante l'assenza di sinagoghe, riuscirono ad organizzare molte feste religiose, tra cui un seder di Pesah sotto una tenda decorata.

Rahlyn decise di lasciare il campo nel 1947. Le autorità volevano che lei continuasse a lavorare per loro, ma ormai era stanca di essere trattata come una bambina: al campo, di fatti, veniva chiamata "the child". Per questo tornò in Sudafrica.

Joomla3 Appliance - Powered by TurnKey Linux