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Testimonianze di una rinascita

 

La memoria dei campi di transito salentini nei Ricordi di Shmuel Mordechai Rubinstein

Shmuel Mordechai Rubinstein ha lasciato un'importante testimonianza sui campi di transito salentini, ove egli svolse un ruolo importante nell'organizzazione di varie attività di assistenza ai profughi e collaborò all'immigrazione clandestina in Terra d'Israele.

Haim Rubinstein, figlio di Shmuel, ha pubblicato i ricordi del padre in un website ebraico intitolato Ricordi di Shmuel Mordechai Rubinstein(1). La memoria è stata composta tre anni prima della morte dell'autore, avvenuta nel 1990.

Shmuel racconta la propria storia dalla nascita nel 1909 nel piccolo centro di Maltz presso Pruzhany (un tempo in Polonia e oggi in Bielorussia), all'arrivo dei bolscevichi nella regione, allo scoppio delle ostilità con la Germania, all'istituzione del ghetto a seguito della conquista tedesca, la deportazione a Auschwitz e Birkenau, alla perdita di tutta la famiglia, alla marcia della morte a Mauthausen, fino alla liberazione a Ebensee nel maggio del 1945 da parte dell'esercito americano.

In questa versione italiana riportiamo solo la sezione relativa al periodo trascorso dall'autore nei campi di transito del Salento. Dopo essere stato portato in Italia e aver fatto tappa a Cinecittà(2), Shmuel giunse infine a Santa Maria al Bagno per trascorrervi un periodo abbastanza lungo prima di passare a Santa Cesarea, per essere poi trasferito a Bari da dove, via Roma e Genova, emigrò nel 1947 in Terra d'Israele. Come numerosi altri profughi, Shmuel incontrò a Santa Maria la futura moglie, Hanna Ettinghausen, un'inglese che lavorava per l'UNRRA come volontaria del Jewish Relief Unit.

Le vicende di Rubinstein, simili a quelle di molti altri profughi, riflettono il punto di vista di chi ha partecipato attivamente alla tragica storia del popolo ebraico delle regioni dell'Europa centro-orientale, emarginato, privato di ogni diritto, deportato e condannato a morte. Nelle sue parole si avverte una profonda amarezza.

La gioia della rinascita, il senso del recupero della dignità umana, propri di altre testimonianze relative ai campi salentini, non sembrano del tutto condivisi da Rubinstein, che, ancora a grande distanza di tempo dagli avvenimenti narrati, pare avere sempre davanti agli occhi le drammatiche esperienze vissute prima, durante e dopo il conflitto mondiale. Nelle memorie, destinate ai figli e ai nipoti, si scorge un forte intento morale: si deve mantenere la propria dignità e la propria fede anche nelle situazioni più disperate.

Nella narrazione del periodo trascorso nel Salento l'autore ricorda figure importanti dell'UNRRA con cui ebbe contatti, ma anche nomi di semplici funzionari e di  profughi, in parte noti anche da altre fonti, che condivisero con lui la vita nei campi di transito pugliesi. Gli eventi descritti possono dunque corredare con profitto altre informazioni relative agli aspetti quotidiani della vita ebraica nei campi e contribuiscono a gettare luce su alcuni aspetti poco noti della loro organizzazione, sui rapporti tra i vari movimenti sionisti che vi operavano e l'UNRRA, tra la popolazione ebraica e gli abitanti locali.

 



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