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JEWISH REFUGEES

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PROFUGHI EBREI

IN PUGLIA
Testimonianze di una rinascita

 

Lilly Shächter

Nata a Vienna nel 1932, dopo l'Anschluss fu costretta a vivere separata dalla famiglia, fin quando, nel 1946, si riunì ai genitori a Roma. Da lì si trasferì a Lecce, ove il padre lavorava nell'amministrazione locale dell'UNRRA. Dall'ufficio centrale del capoluogo salentino egli si recava spesso nei vari campi profughi.

 

 

Nella sua intervista - rilasciata agli studenti della "Ofek School for Talented Children" di Gerusalemme, coordinati dal prof. Mandy Feingers - Lilly ricorda gli anni della sua vita a Lecce.

00:52-01:37

Lily: Sono nata a Vienna nel 1932 da una famiglia ebraica della classe media. Mio padre era un commerciante, la mamma era insegnante.
Lei era venuta in Austria dalla Polonia dopo la I Guerra Mondiale. Aveva studiato e completato gli studi in Polonia. Ho una sorella sei anni più grande di me.
La nostra è stata un'ottima vita, fin quando arrivarono i nazisti, fino all'Anschluss.

04:28-07:07

Ci volle qualche mese prima di potersi incontrare, cioè che io e mia sorella andassimo dai miei genitori.
Nel luglio del '46 ci mettemmo in viaggio. Giungemmo a Roma, dopo quasi tre giorni di treno.
Rimanemmo lì e ci incontrammo. Restammo qualche giorno e poi ripartimmo per Lecce, dove mio padre lavorava nell'ufficio finanze dell'UNRRA.
Stava lì nell'ufficio finanze, ma in pratica viaggiava in tutto il circondario. Andava a Nardò, a Santa Maria di Bagno, in tutti i posti, a Otranto, dovunque vi fossero campi e pagava gli uomini dell'UNRRA.
Quando arrivai non potei parlare con mia madre perché non conosceva l'inglese e io avevo dimenticato il tedesco.
Finché non appresi un po' d'italiano non potei parlare. Era una cosa un po' dura.
Iniziai a andare a scuola, a Lecce. Vi rimasi alcuni mesi. A scuola era un po' difficile, perché c'erano classi diverse tutte insieme.
I soldati italiani iniziavano a tornare, erano giovani… Volevano continuare la scuola. Allora io avevo 13 o 14 anni e loro erano già stati nell'esercito!
Ma in qualche modo ci arrangiammo. Imparai l'italiano. Arrivai a giugno, quindi appresi durante le vacanze. I miei genitori volevano aiutarmi ad apprendere l'italiano.
Nella casa dove abitavano i dipendenti dell'UNRRA avevamo una vicina che faceva la maestro.
In quei due mesi prima che riprendesse la scuola acconsentì a insegnarmi l'italiano. Lo appresi davvero!

07:09-10:36

Quell'insegnante era una professoressa e si trovava in una situazione un po' complicata, per così dire. Non era sposata, ma aveva un compagno.
Nella cultura italiana questa non era una cosa comune. Qualche volta lo sentivamo scendere e salire le scale di quel palazzo.
Non era una cosa comune, ma, in ogni modo, come insegnante d'italiano penso che fosse brava.
La sua famiglia non le voleva molto bene. Aveva mantenuto contatti solo con una zia. Stavano insieme mentre io leggevo un libro, un racconto in italiano che faceva parte dei miei studi. 
Di tanto in tanto, in alcuni giorni determinati della settimana all'improvviso si udivano dei rumori e la mia maestra saltava dalla sedia, correva alla porta e vedevo che passavano qualcosa sotto, un feuilleton o qualcosa del genere…
Capii che si trattava del giornale "Cronaca nera", una rivista di pettegolezzi che conteneva tutte le storie che succedevano a Lecce. Raccoglievano tutto quel materiale e lo pubblicavano in quella rivistucola. Penso che arrivasse una volta la settimana.
Non so chi la portasse. Si limitavano a farla passare sotto la porta.
La vita lì era abbastanza buona. Andavo a scuola e studiavo. Tra le altre cose, appresi qualcosa delle usanze dei giovani leccesi.
Intendo dei giovani di buona famiglia.
Ad esempio, il primo giorno che andai a scuola, le ragazze si misero a girarmi intorno, chiesero chi ero e furono molto carine.
Facemmo lezione a scuola e, a conclusione delle lezioni, salutammo l'insegnante e ce ne andammo.
Ero sulla strada di casa, quando, all'improvviso mi volto e tutta la classe, tutte le ragazze mi stavano seguendo.
Salii, credo abitassimo al secondo piano di un bellissimo palazzo. Tutta la classe mi venne dietro.
Entrata nella stanza che costituiva in pratica il nostro appartamento, della nostra famiglia, tutte si misero a guardarsi intorno mentre la mamma stava preparando da mangiare.
Chiedemmo: "Volete favorire?" Risposero: "No, grazie". Rimasero sedute in silenzio fin quando ebbi finito il pranzo. Credetemi, quel cibo mi si strozzava tutto in gola.
Quando ebbi finito, si limitarono ad alzarsi, mi salutarono e se ne andarono.

INTERVISTA IN LINGUA EBRAICA

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