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JEWISH REFUGEES

IN APULIA
Witnesses of Rebirth

 

PROFUGHI EBREI

IN PUGLIA
Testimonianze di una rinascita

 

Helga Freund

Nata a Vienna, dopo l'Anschluss fu portata dai genitori con le due sorelle (Pnina [Fini] Horowitz e Lisa Schotten) in Italia, dove la famiglia visse grazie all'aiuto di organizzazioni assistenziali ebraiche fino al 1940, quando il paese entrò in guerra a fianco della Germania. Fu inviata al confino, poi, in seguito a varie vicende, giunse a Santa Maria al Bagno dove rimase due anni.

 

 

Nell'intervista - rilasciata agli studenti della "Ofek School for Talented Children" di Gerusalemme, coordinati dal prof. Mandy Feingers– Helga ricorda numerosi momenti della vita quotidiana nel campo.

01:20-06:34

Helga: È un'isola incantata, un angolo di sogno, circondato dal mare da ogni parte, dove la natura è rimasta natura…
Anche la casa in cui abitavamo, mio padre, mia madre, io e le mie due sorelle, esiste ancora.
Oggi è stata trasformata in pizzeria, ma è sempre lì, dov'era allora.
Occorre tornare un po' indietro a quando siamo giunti lì. All'epoca avevo sette anni, ero una bambina.
Mi pare che arrivammo nel pomeriggio, verso il tramonto, ci portarono con dei camion.
Nei camion noi eravamo separate dal conducente, mi ricordo com'erano quei camion.
All'improvviso dissero: "Siamo arrivati" e ci fecero scendere. Per prima cosa mi si avvicinò una donna molto emozionata e mi abbracciò.
Poi mi ricordò che ci eravamo lasciati a Macchia, il posto da cui ci avevano portato in carcere.
A Macchia, al momento dell'addio, mi chiese un piccolo ricordo. Mi raccontò - considerate che all'epoca avevo sette anni – che pensava che non mi avrebbe mai più rivista.
Mi chiese un ricordo e io le detti una striscia di stoffa. Non so da dove l'avevo presa, forse da una bambola o chissà…
Le detti la striscia di stoffa e lei me la restituì dicendo: "Lo vedi? Pensavo che non ti avrei più rivista ed eccoti qua, sei tornata." Fui molto contenta.
Allora ero una bambina, ma oggi capisco il senso di tutta quella storia.
Non ricordo tutti i dettagli, ma dopo essere scesi dai camion ci portarono nella parte
alta di Santa Maria, dov'è una specie di colle che oggi si chiama "Santuario".
Lì ci hanno dato le stanze. Eravamo su una collina che domina Santa Maria, da cui si vede il paese.
Stavamo a mezza collina. Mi hanno detto che oggi non ci abitano più perché è un "Santuario", un luogo riservato alla preghiera o qualcosa del genere.
Mi ricordo benissimo del posto. Stavamo in una stanza bianca. La stanza era bianca perché tutti i posti in cui abitammo dopo la liberazione erano vuoti e gli unici mobili che avevamo erano i letti.
I letti erano una specie di brandine militari, come i lettini che si usano al mare per prendere il sole.
La cosa straordinaria è che la casa era bianca anche all'esterno.
Verso sera stavamo seduti sulla strada. Mettevamo fuori le sedie. Mi ricordo gli uccellini che svolazzavano intorno e che c'erano degli alberi.
Tutto profumava di libertà… Oggi capisco che prima della liberazione eravamo sempre nascosti o dovevamo stare rinchiusi da qualche parte. La gente era chiusa e solitaria. Capii che da quel momento la vita era un po' cambiata.
I bambini, io e la mia sorella minore Lisa, andavano a una specie di scuola. Non era una vera scuola, ma una specie di asilo. Oggi capisco che erano stati gli emissari inviati da Israele che avevano istituito quelle classi.
 
08:55-12:47

Così passavamo la vita a Santa Croce, ma questo è solo il punto di vista di una bambina di sette anni.
La maggior parte delle cose che sentivo me le dicevano gli adulti. Loro si preoccupavano che la stanza che ci era stata assegnata fosse di nostro gradimento, se avevano agito bene o male; anche la mamma si preoccupava.
Quella fu la prima volta che sentii parlare del dentista. Non ero mai stata prima di allora da un dentista.
A dir il vero, nella mia vita prima di Santa Maria non ero mai stata a scuola, né all'asilo. L'unica cosa di cui sentivo parlare era come far bastare il cibo.
Non sapevo che cosa fosse un dentista, né un medico, non sapevo nulla.
Ma quando giungemmo a Santa Croce, a poco a poco, anche se eravamo comunque all'interno di un campo, venni a conoscenza di cose che fanno parte della vita degli uomini liberi, benché noi non fossimo ancora del tutto liberi.
Stavamo ancora a Santa Croce. Poi ci trasferirono di domicilio. Capii che stavamo andando a vivere a Santa Maria.
Ciò nonostante, ancor prima di allora già andavamo a Santa Maria. Se c'era qualcuno disponibile con la jeep, gli andavamo incontro scendendo dalla collina di Santa Croce e andavamo a Santa Maria.
La prima volta che ci andai, vidi avvicinarsi Santa Maria con il suo mare azzurro, in cui c'era una barca con una vela bianca. Vidi molte case di pescatori, perché la popolazione locale era costituita da pescatori.
Sulla strada di Santa Maria da Santa Croce c'era anche un altro paese, Santa Caterina. Era davvero un sogno, come quando oggi sogniamo spiagge e isole esotiche.
Era un porticciolo dalle acque trasparenti con le reti dei pescatori. Davvero un sogno. In seguito vi sono tornata, ma è tutto cambiato.
Così scoprii a poco a poco Santa Maria, fin quando ci portarono ad abitare proprio lì. Ci dettero un appartamento di fronte al quale c'erano… delle rocce enormi a strapiombo sul mare.
Il mare per me è sempre stato simbolo di libertà. In ogni condizione, in ogni stagione, il mare simboleggia la libertà…
Per una bambina che era stata chiusa in casa o in prigione il mare rappresentava un sogno.
Come si svolgeva là la vita dei bambini?
Erano venuti gli emissari da Israele e avevano aperto una specie di scuola. Non era proprio una scuola. Era in un paese vicino, dov'era la scuola degli italiani. Mio padre non ci mandava a scuola, non so perché.
 
12:53-13:20

Ci raparono a zero. Per me fu una cosa terribile. Gli inglesi avevano paura dei pidocchi, benché ne avessero anche loro...
Fu una cosa terribile, un trauma. Per Fini, la mia sorella maggiore, fu uno dei traumi più duri…

14:03-15:40

Ripeto, posso raccontare solo dal punto di vista soggettivo di una bambina, forse neanche tanto in grado di analizzare precisamente quel che succedeva.
So che c'erano… degli insegnanti. Ma non posso dire oggi in che lingua si esprimessero…
Distribuivano fogli e colori e ci facevano disegnare. Fu una vera esperienza. Non avevo mai avuto dei colori tra le mani. Mi ricordo ancora quel che disegnavo.
Ci raccontavano storie della Bibbia. Alcune dal libro della Genesi. Si mangiava a scuola e mi ricordo che c'erano dei turni per la pulizia del tavolo e cose del genere…
Quelle piccole cose erano scontate per i bambini di quell'età, ma non per me. Per me erano davvero delle nuove esperienze e che esperienze!
Per me era la prima volta di tutto.

16:58-21:21

L'ho capito da mia sorella Fini, che era molto impegnata. Cercava un gruppo che le si addicesse. Questo causò non poche frizioni con i nostri genitori.
Ci furono varie discussioni in famiglia. Era molto intuitiva. So che per un certo periodo andò a stare nell'haksharà, in un edificio abbastanza lontano dal nostro.
Alla fine si schierò con i revisionisti. Una delle cose che ricordo meglio sono i matrimoni.
I matrimoni non erano come quelli che avevo visto nella società tedesca non ebraica. Loro celebravano il matrimonio al mattino in chiesa, col velo bianco, mentre da noi i matrimoni erano di sera.
La mamma diceva: "Questa è la vera tradizione polacca".
Eravamo abituati ai matrimoni di mattina seguiti da una festa, poi la coppia partiva per la luna di miele. A Santa Maria non partiva nessuno.
Ma facevano dei grandi festeggiamenti. Perfino i non ebrei si ricordano ancora di quegli strani matrimoni. Penso che anche per loro fossero molto strani.
Che facevano gli adulti? Il babbo lavorava. Si arrangiava come falegname, gli era sempre piaciuto occuparsi di quelle cose. Per questo cercava il materiale e so che lavorava.
 Non ho mai saputo dove tenessero quei materiali e ancora a tutt'oggi non lo so. Ma so che costruivano letti e roba del genere.
Che abiti usavamo? Penso che ci fosse una distribuzione di vestiti. C'era una specie di magazzino e da lì potevamo prendere alcuni abiti.
Tenemmo l'appartamento per un certo periodo, solo due stanze… ma c'era un cortile sul retro dove si allevavano le galline.
All'improvviso iniziarono a costruire dietro al cortile. Gli ebrei costruivano un miqwé, un bagno rituale e allora venimmo a sapere per la prima volta che cos'è un miqwé.
Andavamo a giocare lì, pensando a come introdurci di soppiatto. Credevamo di poter usare il bagno per lavarci, anche se il mare non era lontano.
A dire il vero, non sto raccontando le cose nell'ordine giusto. Uno dei ricordi più tragici fu che, come bambini, ci piaceva disegnarci con l'inchiostro dei numeri sul braccio, come quelli che vedevamo ai superstiti di Auschwitz.
Disegnavamo una A e delle cifre perché volevamo anche noi essere come quelli che erano tornati da Auschwitz. Volevamo essere come loro. Era un gioco infantile.

23:48-25:59


Questo ricordo della vita a Santa Maria. Per noi era come essere rinati alla libertà e ad una vita più normale.
Ad esempio c'era il teatro in yiddish. Noi bambini capivamo perché a casa parlavamo tedesco, cosicché non ci voleva molto a capire lo yiddish.
Il teatro era in yiddish. Anche noi partecipavamo agli spettacoli. Ci insegnavano a danzare. Fu la prima volta che calpestai un palcoscenico.
 Tutto questo mi succedeva come a "ondate". Le cose giungevano all'improvviso, senza neppure che me lo immaginassi. Capitò tutto nel giro di pochi mesi, direi. Tutto ciò che i bambini imparano gradualmente dall'asilo, dalla prima elementare, dalla seconda e così via io lo venni a sapere in un periodo di tempo molto concentrato.
Era nella natura delle cose, ma c'erano molte cose che non capivo, che non capivamo…
A poco a poco il campo si svuotava. In quel periodo mia sorella era ancora con noi.
Ah, mi sono ricordata di non aver raccontato un punto molto importante della nostra vita.
Mio padre fu informato che il figlio della sua sorella minore si trovava in un convento nell'Italia del nord. La storia di questo ragazzo è molto simile a quella del generale Peled.
Era stato nascosto nel convento dai frati.

40:50-45:37

C'erano momenti felici. Ad esempio, io tra tanti mi ricordo i matrimoni, che per noi bambini erano delle vere e proprie esperienze.
Direi che le nozze a Santa Maria si svolgevano secondo la tradizione della coppia, in accordo alla tradizione dei due sposi. Devo ricordare che pochissima gente aveva una famiglia.
Si trattava perlopiù di gente che era rimasta senza genitori e priva di mezzi. Avevano conosciuto gente lì e il gruppo, l'organizzazione a cui si erano affiliati, gli organizzava le nozze.
 Mi ricordo di un matrimonio in stile hassidico. Ci furono molte danze e lo sposo fu portato a spalla da altri uomini. Non avevamo mai visto niente del genere prima di allora.
C'erano cibi che non conoscevamo, come le polpettine. Le cose erano improvvisate secondo le possibilità del momento. Le spose indossavano abiti quotidiani.
 Oltre ai matrimoni c'erano spettacoli teatrali. C'erano attori. Ma tutto era improvvisato, anche se c'erano persone di talento.
Anche noi bambini partecipavamo. C'erano uomini che ci insegnavano a cantare e a danzare.
Partecipavamo a spettacoli sul palcoscenico vero e proprio e c'era l'illuminazione sul palco e veniva un sacco di gente. Tutto ciò ha arricchito la mia vita.
Erano assuefatti alle circostanze più dure. Ad esempio, gli uomini non avevano un lavoro regolare.
Jonathan: mi potrebbe descrivere uno spettacolo particolare?
Helga: uno spettacolo particolare? Mi pare di aver sentito parlare lì per la prima volta del Dibbuq. Mi ricordo che la trama suscitò identificazione, entusiasmo e interesse.
Vi posso dire con certezza ancor oggi che gli spettacoli erano di alto livello. Assolutamente di livello! Anche lì c'erano dei talenti.
Voglio dire che una cosa espressa in maniera tale da suscitare entusiasmo nella gente non lascia indifferenti, almeno a mio parere.

INTERVISTA IN LINGUA EBRAICA

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