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JEWISH REFUGEES

IN APULIA
Witnesses of Rebirth

 

PROFUGHI EBREI

IN PUGLIA
Testimonianze di una rinascita

 

Pnina (Fini) Horowitz

Nata a Vienna, dopo l'Anschluss fu portata dai genitori con le due sorelle (Helga Freund e Lisa Schotten) in Italia, dove la famiglia visse grazie all'aiuto di organizzazioni assistenziali ebraiche fino al 1940, quando il paese entrò in guerra a fianco della Germania. Fu inviata al confino, poi, in seguito a varie vicende, giunse a Santa Maria al Bagno, dove rimase due anni e fu coinvolta nelle attività politiche di un kibbutz sionista.

 

Intervista rilasciata agli studenti della "Ofek School for Talented Children" di Gerusalemme, coordinati dal prof. Mandy Feingers.

Jonathan: potrebbe raccontare, per piacere, anche in poche parole, la sua infanzia prima di giungere in Italia, prima della guerra?
Fini: Volentieri! Inizio dal mio nome: mi chiamo Pnina Horowitz, ma questo non è il mio vero nome.
Sono nata in Austria prima della presa di potere di Hitler. Ciò nonostante, l'antisemitismo era già diffuso e per questo davano sempre due nomi ai bambini.
Uno era il nome ebraico da utilizzare in sinagoga e per tutti gli usi religiosi, l'altro il nome tedesco, perché la società circostante non si accorgesse che il bambino o la bambina erano ebrei.
Per questo mi chiamarono Josephina, nome che, abbreviato, è diventato Fini, il nome con cui sono nota in famiglia e agli amici.
Quando giunsi in Israele e dovetti fare la carta d'identità, mi chiesero il nome. Dissi: "Josephina". Mi risposero: "Ma questo non è un nome, non è nulla" e passarono al mio nome ebraico Pnina.
Ma ancor oggi, quando qualcuno mi chiama Pnina per la strada faccio fatica a voltarmi subito. Insomma, l'inizio della storia è che sono nata in un ambiente ostile.

02:22-05:24

Nel 1938, tre mesi dopo l'annessione dell'Austria alla Germania, mio padre fu portato in campo di concentramento, prima a Dachau e poi a Buchenwald.
Questo avvenne tra il 1938 e il 1939. Il fatto era che l'Austria si considerava una parte della Germania a tutti gli effetti. Nel 1939 era possibile lasciare la Germania, se si sapeva dove andare.
Ma non c'era alcun paese al mondo pronto ad accogliere ebrei. Ciò nonostante, nostra madre riuscì ad acquistare un visto falso per un paese sudamericano.
Lo inviò al campo di concentramento (non sapevano ovviamente che fosse falso) e mio padre fu liberato, dopo che ebbe firmato la sua sentenza di morte.
Dovette firmare infatti un documento secondo il quale si impegnava a lasciare la Germania entro dieci giorni e a non farvi più ritorno Se fosse tornato, sarebbe stato impiccato.
Secondo l'uso del campo di concentramento, tutti i prigionieri dovevano prendere parte collettivamente all'impiccagione, cantando, suonando e assistendo all'esecuzione. Questo era il documento che fu costretto a firmare.
Quando tornò a Vienna da Buchenwald – penso che gli ci volle un giorno per tornare – comprese che il visto era falso e che non aveva nessun posto dove andare. Si rese conto che era già trascorso uno dei dieci giorni che gli erano stati accordati.
C'era un solo paese al mondo che accoglieva turisti ebrei per un periodo di due settimane, che cioè rilasciava un visto di turismo per un periodo massimo di due settimane. Quel paese era l'Italia.
Si recavano in Italia migliaia di ebrei e noi (con mio padre) tra loro. Potevamo restare in Italia due settimane ufficialmente, ma dopo che avremmo fatto? Non potevamo tornare e per questo sparimmo dalla circolazione.

06:30-06:49

Poi facemmo mille tentativi; tra tanti altri, provammo a espatriare in Francia, che ancora non era caduta in mano tedesca, ma non ci riuscì.

07:20-09:00

Fummo arrestati e ci punirono con la libertà vigilata, praticamente lo stesso trattamento riservato ai mafiosi.
Eravamo obbligati a risiedere in un luogo stabilito da cui non potevamo muoverci; non si poteva uscire, niente contatti con nessuno, nessuna possibilità di lavoro. Ecco la nostra "libertà".
Devo dire però che gli italiani ci aiutarono molto. Ricevemmo aiuto… era proibito, ad esempio, andare a scuola.
Per questo venivano a casa nostra degli insegnanti a farci lezione, ci portavano i libri; era proibito uscire la sera o presto al mattino e ci davamo appuntamento
 al cinema.
Vale a dire che in realtà gli italiani fecero il possibile per aiutarci. Non dimenticate inoltre che erano in guerra e che il cibo si poteva comprare solo con le tessere, era razionato.
Ognuno dunque riceveva cento grammi di pane al giorno e anche noi avevamo gli stessi diritti, la stessa quantità di cibo.
Ci davano generosamente del loro, proprio come se non fossimo degli ospiti stranieri, dei nemici secondo la legge.

09:50-12:01

Allora iniziarono le persecuzioni antiebraiche. Dovevamo scappare e dovevamo sopravvivere in condizioni proibitive di freddo, fame, paura, durante la guerra, sul fronte di guerra.
La paura di mio padre era ancor più grande, dato che sapeva che se l'avessero riportato in Germania… sapeva quel che aveva firmato. Giungemmo così - a due settimane dalla fine della guerra - in una località di questa regione.
Due settimane prima della fine i tedeschi ancora erano ostinatamente decisi a dar la caccia agli ebrei e ci trovarono. Ci presero, ci misero su dei camion e ci spedirono in Germania.
Prima della fine della guerra i tedeschi avevano scarse riserve di carburante per i loro mezzi. Così si fermarono, ci fecero scendere e ci rinchiusero per tre mesi in un carcere italiano sorvegliato da tedeschi.
Restammo in carcere con delle assassine (nella sezione femminile). Gli uomini erano da un'altra parte.
Furono tre mesi di carcere in compagnia di gente "poco gentile", per usare le parole di Golda Meir.

14:05-23:49

Come si osserva lo Shabbat in quelle condizioni? Mamma aveva una scatoletta di cera da scarpe.
Aprivamo quella scatoletta, prendevamo un po' di cera da un lato e la mettevamo dall'altra parte sul coperchio; poi si tiravano alcuni fili dalla gonna e si fabbricava una candela.
Chiedevamo alla guardia tedesca di accenderla perché non avevamo fiammiferi. Si recitavano le benedizioni e si accendevano le candele di Shabbat e così si proseguiva il rito.
Poi uscimmo dalla prigione. Ci presero ancora una volta per portarci in un campo di concentramento, dove fummo liberati dai partigiani italiani.
I partigiani italiani furono gli unici al mondo a liberare un campo, a quel che ho sentito. Per noi tutto finì nell'estate del 1944.
Giunsero le forze alleate pensando di doverci aiutare a riconquistare fede in noi stessi. Ci portarono in un campo di riabilitazione gestito dalle forze alleate sotto l'egida dell'UNRRA.
L'Italia era stata totalmente distrutta dai tedeschi. Giungemmo dapprima a Bari in un campo di transito. Lì ci ripulirono, perché eravamo in condizioni igieniche pessime.
Prima di tutto ci rasarono i capelli, il che fu un vero shock per me, un trauma. La libertà iniziava con la rasatura a zero?
Ero un'adolescente e fu un'esperienza molto dura da accettare, un vero trauma, ma si doveva superare anche quella; poi anche il vestiario, ci bruciarono tutti gli abiti, il poco che avevamo addosso, e iniziarono a darcene di nuovi.
Giungemmo poi a quello che veniva chiamato "campo", anche se non lo era. In realtà era un paesino, chiamato Santa Maria, Santa Maria al Bagno.
Si trattava in pratica di una località balneare dove passavano l'estate i notabili della regione. Cioè erano residenze secondarie dei ricchi baresi, leccesi e di altre città della zona.
Vivevano in paese anche persone che vi risiedevano tutto l'anno, pescatori e altri che si occupavano del turismo locale.
Le Forze Alleate avevano espropriato le residenze secondarie, non gli era neanche passato per la mente di allontanare la gente residente dalle loro case.
Si erano limitati a requisire le residenze estive dei ricchi per ospitarvi i profughi.
Con la liberazione dei campi di concentramento e di altri luoghi, iniziarono a giungere a Santa Maria profughi da Auschwitz da Bergen-Belsen, da Mauthausen e da altri campi ancora.
In pratica tutti volevano venire in Italia per emigrare in Israele. Che fare altrimenti dopo Auschwitz? In quale futuro sperare?
I sopravvissuti erano giovani e sani. Né vecchi né bambini si erano salvati, erano rimasti solo i giovani ed essi volevano avere un futuro. Molti tentarono di tornare in Polonia, in Lituania o altrove…
nella speranza di riuscire a ritrovare qualcuno della famiglia – forse qualcuno si era salvato – ma purtroppo non ebbero grande successo. Perciò la maggior parte dei profughi, il 99 %, voleva emigrare in Israele.
Per emigrare ci vuole il mare e il mare era l'Italia e per questo avevano scelto come luogo di rifugio Santa Maria. Quando giunsero a Santa Maria si incontrarono con la popolazione locale.
Lì iniziammo una seconda vita, fu una vera risurrezione, si può ben dire. Ho conosciuto molta gente con cui sono rimasta in contatto in seguito.
Se volete parlare con uno di quelli che può cantare un canto, un canto di lode a Santa Maria, rivolgetevi all'ex portavoce del Parlamento, Dov Shilanski, superstite di Dachau che è stato con noi a Santa Maria.
Per la prima volta in vita mia mi hanno dato un paio di occhiali, mi hanno curato i denti, mi hanno vestito, ma non è questo che conta. Quel che veramente vale è l'essere di nuovo riconosciuti esseri umani.
Considerate inoltre che di tutti quelli cui avevano espropriato la casa, per quanto fosse una residenza estiva, nessuno si sognò mai di venire a controllare che succedeva alla sua proprietà, a ispezionare, a vedere quel che facevano le famiglie in casa…
Gli italiani del posto ci accolsero bene. Io ero una giovane con i capelli rasi a zero, spaventata. Nessuno ci rivolse mai un sorriso di disprezzo, uno sguardo di superiorità.
La solidarietà degli italiani, la loro solidarietà!
Erano affamati come noi, anch'essi, la popolazione locale, erano sopravvissuti alla guerra. Mi ricordo ancora il caso di pescatori che erano riusciti a pescare una testuggine.
Non so se ne avete un'idea. La testuggine è gigantesca, è enorme, pesa più di cento chili. La gioia dei pescatori di avere infine qualcosa da mangiare era grande.
Invitarono chiunque passasse di lì a partecipare al banchetto. Ovviamente noi non mangiammo perché la testuggine non è kasher, ma non è questo il punto. Il punto è che loro invitavano chiunque volesse a prendere parte al banchetto.
Non penso che esista un altro popolo, un altro luogo, un'altra società di cui si possa parlare in questi termini. E quell'esperienza durò vari anni.

24:00-26:09

Come ho detto, ci fu dato il permesso di abitare in quelle residenze secondarie.
Quando iniziarono a giungere migliaia di profughi, essi si organizzarono pensando al loro futuro.
Pensavano a che cosa sarebbe successo in seguito. Decisero di emigrare in Israele, anche se ancora non c'era uno Stato, non era stato ancora proclamato.
Pertanto si dovevano soprattutto preoccupare di organizzare l'emigrazione illegale, l'aliyyà bet. Io ero arrivata lì con la mia famiglia e per questo eravamo come un'unità separata.
Ma tutti gli altri, giovani e non sposati, si organizzarono in delle specie di haksharot (campi di addestramento) e, grazie all'aiuto degli emissari inviati da Israele, ognuno poteva scegliere di seguire le varie opinioni politiche degli emissari.
Ma la verità era che c'erano gruppi di religiosi organizzati da emissari del partito Mizrahi ("Orientale") di un tempo.
Mi servo di termini della politica di quell'epoca… erano religiosi guidati da leader del partito Mizrahi e rappresentavano l'ala progressista della Giovane Guardia.
C'erano meno uomini di sinistra nel Mapai e anche nel Betar L'aspirazione, ovviamente, era emigrare in Israele.

32:15-34:32

Iniziai a pensare quale sarebbe stato il mio futuro, dopo Santa Maria. A che punto si doveva cominciare a trovare la strada giusta?
Pensavo di voler partecipare anch'io alla fondazione dello Stato. Volevo che alla fine anche noi avessimo uno Stato, che anche noi avessimo un passaporto e un visto e che a nessun giovane capitasse più quel che era successo a me.
Allora cercai in ogni luogo dove si riunissero haksharot quella che mi si addiceva maggiormente e a quale avrei dovuto unirmi per tentare di emigrare in Israele.
Tra tutti i discorsi che sentii, tra tutta l'ideologia che circolava da quelle parti decisi che ciò che mi si addiceva maggiormente e quella che mi pareva la strada giusta era l'Irgun ha-tzeva'i ha-le'umi (Organizzazione militare nazionale).
Ero certa che non ci fosse altro modo che espellere gli inglesi che dominavano la Palestina, che non ci davano e non ci avrebbero mai dato il permesso di immigrare. Eravamo in migliaia e non sapevamo dove andare.
Non esisteva alcun paese al mondo che potesse o volesse accoglierci. Per questo mi unii all'Irgun, dove tutto era mantenuto nel mistero più oscuro, se mai – Dio non volesse! – ci avessero scoperti.
Allora su questo biglietto di auguri, qui, c'era scritto "Santa Maria", ma il nome fu cancellato perché gli inglesi, se mai fosse caduto nelle loro mani, non sapessero dove eravamo. Ecco il motivo della striscia nera.

35:28-36:58

Jonathan: Ci può descrivere una giornata normale a Santa Maria?
Fini: Auguro a tutti di poter passare una giornata così! Prima di tutto al mattino ci si alzava, senza obblighi perché non c'era orologio. Ci si svegliava quando ci si svegliava.
Poi, direttamente da casa, ci si tuffava in mare. Il mare era così bello, così calmo e limpido.
Sulla riva c'era un piccolo scoglio da cui si poteva saltare e ci si tuffava nel mare e si nuotava, si nuotava finché la mamma non gridava: "Basta! Vi siete allontanati fin troppo".
Non avevamo scelta e dovevamo tornare. Tra lo scoglio e la casa c'era una fonte, come ce ne sono tante in Italia. Vi si faceva una specie di doccia: l'acqua era dolce. Poi si rientrava a casa e si riprendeva la vita normale.

40:20-45:23

Mio padre si preoccupava che io imparassi nozioni di ragioneria.
Mi ricordo che eravamo in un posto, avevamo paura, un terrore mortale; ci trovavamo in cima a uno sperone roccioso nell'Italia Centrale, faceva un freddo cane… c'erano due metri di neve e non avevamo niente per coprirci, dormivamo sulla paglia.
Mio padre si era fissato che io dovevo imparare l'inglese. Per molte ore dovevo continuare a ripetere "th", "th", perché secondo lui non avevo una buona pronuncia.
Quando giunsi a Santa Maria, detti lezioni d'inglese; ho ancora i libri. Ero giovanissima, ma già insegnavo. Questa era più o meno la mia attività quotidiana, oltre ad aiutare la mamma e le mie due sorelle.
Ah! Dimenticavo di dire che a Santa Maria giunse anche un cugino, il figlio di una sorella di mio padre.
Erano venuti in Italia come noi, ma stavano in un altro luogo: c'erano lo zio, la zia, mio cugino e sua sorella. Ma i tedeschi li catturarono, li misero sui camion che poi si fermarono.
Si fermarono in una qualche città… sì, a Vercelli, vicino a una caserma della polizia italiana, non so perché. Dalla caserma uscì un poliziotto italiano, un fascista. I fascisti portavano una camicia nera.
Il poliziotto fascista con la camicia nera vide quella gente. C'erano altri ebrei sul camion e il ragazzo avrà avuto allora 12 o 13 anni. Il poliziotto gli fece segno di scendere.
Quando un poliziotto fascista ti dice di scendere… il ragazzo saltò giù dal camion, il poliziotto lo prese per mano e corse con lui ad un convento di suore, dove lo fece entrare.
Disse ad una suora: "Aiuti questo ragazzo, lo nasconda". I genitori proseguirono il viaggio e ora sappiamo che furono uccisi ad Auschwitz, ma il ragazzo rimase nel convento…
Non proprio nel convento, ma nell'orfanotrofio locale. Vi rimase fino a dopo la fine della guerra. Alla fine della guerra mio padre andò a cercare tutti i parenti e trovò solo mio cugino.
Quando arrivarono i tedeschi a prenderli erano in un paese, come noi. Quando giunsero i tedeschi e li catturarono, lasciarono a casa ogni loro bene, oggetti personali, vestiti, non so esattamente…
Quando il babbo tornò al paese per cercare i suoi parenti, gli italiani che abitavano sulla strada principale uscirono tutti di casa, ognuno con un oggetto, che avevano nascosto e conservato nel caso che la famiglia fosse tornata.
Portavano asciugamani, scarpe, non so che altro, povere cose. Ognuno usciva di casa e portava un oggetto che aveva salvato per quella famiglia ebrea.
Gli italiani sono così. Il babbo portò quel ragazzo da noi e anch'egli visse a Santa Maria.

INTERVISTA IN LINGUA EBRAICA

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