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JEWISH REFUGEES

IN APULIA
Witnesses of Rebirth

 

PROFUGHI EBREI

IN PUGLIA
Testimonianze di una rinascita

 

La memoria dei campi di transito salentini nei Ricordi di Shmuel Mordechai Rubinstein

[…] Dopo ventiquattro ore [di viaggio da Roma] giungemmo nel "tacco" d'Italia. Arrivammo alla stazione di una cittadina chiamata Nardò. Di lì fummo condotti in camion a sette chilometri di distanza in una località chiamata Santa Caterina. Le case erano belle… ma completamente vuote! Non solo perché erano disabitate, ma anche perché non c'era più niente al loro interno. Intorno, mare e rocce…
Eravamo stanchi, sfiniti, stremati. Un'altra volta a registrarsi, un'altra volta in fila per ricevere due coperte cucite che formavano il sacco che avremmo riempito di paglia e che avremmo usato come materasso. I "furbi" tornavano di nuovo, con un altro nome, e se ne facevano dare altre… tornavano addirittura tre volte. Gli "sciocchi" si accontentavano di trovare un angolo dove posare il sacco e stendersi a dormire. Nessuno parlava di cibo, non se ne faceva neppure menzione. Nessuno chiedeva se avessimo bisogno di vestiti o di qualcos'altro. Nessuno si interessava di nessuno e non c'era nessuno a cui rivolgersi. I "furbi" si misero subito a vendere le coperte, i materassi; anche lo straccio più insignificante aveva il suo valore nell'Italia  meridionale: la popolazione locale era povera, ridotta alla fame. Per un chilo di pane erano disposti a lavorare un'intera giornata.
Nel campo profughi lavoravano funzionari dell'UNRRA. A quell'epoca nella zona c'erano quattro  campi. Venivano emissari dalla Terra d'Israele, alcuni per lavorare per l'UNRRA e altri sotto falsa identità, tutti mossi dall'unico scopo di spingere i profughi a emigrare in Terra d'Israele, anche se le possibilità concrete erano poche, poiché ogni tentativo di immigrare era fortemente ostacolato.
Tra i funzionari dell'UNRRA molti erano inglesi. Il loro fine primario era proibire l'immigrazione. Molti erano informatori. Si svolgeva una lotta costante a spese dei profughi tra gli agenti della Soknùt  e quelli dell'Intelligence Service. Gli inglesi combattevano con l'uso delle armi e con ogni mezzo politico a loro disposizione. La Soknùt combatteva con la forza di volontà di profughi disperati e affamati. Per quanto tempo si può essere liberi se si è affamati? Gli uomini nei campi presero a fare traffici al mercato nero, a rubare - quando era possibile -, a truffare l'UNRRA.
All'inizio pensavo che il "resto", cioè i sopravvissuti del popolo d'Israele alla Shoà, sarebbe in ultimo tornato uno e avrebbe dimenticato partiti e faziosità politiche. Sarebbero stati solo ebrei. Gli emissari della Terra d'Israele invece provenivano dalle correnti ideologiche e dai partiti più vari e facevano il possibile per alimentare dispute e conflitti, come se al popolo d'Israele non fosse successo niente e come se Israele fosse già la nostra terra e restasse "solo" il problema di quale ideologia seguire. Ci organizzarono in kibbutzìm di tutte le correnti. Chi non entrava in un kibbùtz specifico veniva designato "ribelle" e io fui tra loro. Non era certo per questo che avevo pregato tanto! Ironia della sorte, ci aggiravamo come tizzoni sfuggiti al fuoco, che ancora esalavano un forte puzzo di fumo, non avevamo ancora abbastanza pane per soddisfare lo stomaco, non avevamo camicie da metterci addosso e già ci dovevamo scannare in nome di un'ideologia?

C'erano migliaia di uomini che si aggiravano senza avere niente daffare, senza nessuna occupazione. Si doveva solo aspettare di ricevere la razione di pane, la razione di zuppa e andare avanti, come in campo di concentramento, tanto per cambiare. Avevamo il permesso di sdraiarci sulla spiaggia o di stare sdraiati a letto a guardare il soffitto.

Nel frattempo fu organizzato il consiglio dei profughi, di cui facevano parte i rappresentanti di tutti i kibbutzìm, tra i quali mi sembrava ve ne fosse uno o due del Hafètz hayyìm(4)… davvero determinati a vivere a spese degli altri! Furono fondate due cooperative, i cui prezzi non si differenziavano minimamente da quelli degli altri negozi e i cui ricavati sparivano… Arrivarono i vestiti, furono ripartiti tra i kibbutzìm e il mercato nero. Ai "ribelli" era appioppata l'etichetta di "ladri", mentre i trafficanti del mercato nero, come al solito, erano liberi di fare quel che volevano. Da una parte i "buoni" e dall'altra i "cattivi". Me ne stavo a casa, non partecipavo a nessuna iniziativa, mi vergognavo di uscire per strada oppure restavo in spiaggia perché non avevo niente da mettermi addosso! Avevo solo gli abiti con cui ero arrivato, ancora quelli del campo di concentramento.

Decisi di non mangiare più niente che non fosse kashèr(5) . Andavo nella cucina dell'Agudàt Israèl(6) . Anche quei "buoni" avevano fondato un kibbùtz e altri "ribelli" come me si aggregarono alla loro cucina. E loro che facevano? No, non rubavano, Dio ce ne scampi; prendevano solo parte del cibo e la vendevano al mercato nero. Con il ricavato si organizzavano delle belle celebrazioni di Shabbàt(7), melawè malkà e tutti i motza'è Shabbàt, come si conviene ai hasidìm(8). Mentre ai "ribelli" ladri non doveva spettare niente, a loro era lecito "prendere", non era un "furto", Dio ne guardi!
Mi ricordavo l'indirizzo di una zia, Rivka la benefattrice, sia benedetta la sua memoria, che abitava a Chicago, e le scrissi una lettera. La informai che ero l'unico superstite di tutta la famiglia. Non intendevo chiedere niente, volevo solo far sapere che ero vivo e avere l'impressione che mi era rimasto ancora qualcuno al mondo con cui restare in contatto. Dopo poco tempo ricevetti la risposta, con la seguente domanda: perché non avevo chiesto niente? Non avevo bisogno di denaro, di abiti, di cibo o forse di tutte queste cose? Scoppiai a piangere a dirotto. Mi potevano sentire dalla strada! Ero a disagio, mi misi a scrivere una seconda lettera, nella quale li ringraziavo della loro generosità e affermavo che, se il Signore mi aveva salvato dall'inferno tedesco, speravo che mi avrebbe aiutato anche in seguito. Avevo solo una richiesta: dei tefillìn, un tallìt e un siddùr(9) . Quando ricevettero la mia lettera, si trovava da loro una donna di Pruzhany, figlia di un vecchio tzadìk(10) . Espresse il desiderio di poter essere lei a compiere la mitzvà(11)  e ad inviarmi quanto avevo chiesto. Mi disse che la zia aveva aggiunto altre cose, un vestito, delle camicie, delle sigarette. Appena arrivò la cassa, mi rivestii e uscii.
Una sera vidi dei raggruppamenti di persone e scorsi nel mezzo tre uomini venuti da Roma per organizzare Ha-'ovèd ("Il lavoratore"). Mi misi da una parte e ascoltai quel che non si sarebbe dovuto sapere… L'indomani si sarebbe tenuto a Bari il consiglio dei rappresentanti di tutte le organizzazioni per i profughi, con la partecipazione dei capi e dei membri della Soknùt(3) provenienti dalla Terra d'Israele. Parlavano e raccontavano cose che non sapevamo. In quella circostanza decisero di eleggere anche tre o quattro delegati dei "ribelli".
Qualcuno fece il mio nome, io non ci avrei mai pensato, né immaginavo certamente che qualcuno mi conoscesse. Mi elessero senza il mio consenso. Non ci fu niente da fare. Dopo l'incontro invitai da me i tre ospiti da Roma e presi informazioni su questo "Lavoratore", su chi sarebbe stato al vertice del movimento, di che si sarebbe occupato e così via. Così fondammo "Il lavoratore". L'indomani andammo a Bari al consiglio, dove incontrai molti vecchi conoscenti e amici. L'assemblea durò tre giorni. Di chiacchiere a vanvera ne avevo abbastanza. Fatti e obiettivi nulla. Più che restavamo nel campo, più ci rendevamo conto che l'immigrazione in Terra d'Israele non era affatto vicina. Ognuno rientrò al proprio campo e io decisi di convocare tutti i "ribelli" il sabato pomeriggio per presentare loro la situazione, per raccontare di che si era parlato e anche per esprimere il mio parere su quanto avremmo dovuto fare, perché altri non rubassero, non ci depredassero di quel che ci spettava di diritto, e per rivelare chi erano i veri ladri. La riunione ebbe molto successo. Fin dall'inizio la stanza era pienissima. Fu la prima volta che quegli uomini si riunivano e si coalizzavano. Ora ci dovevamo dare daffare per cancellare l'appellativo "ribelli"! Chiedemmo di indire elezioni per un nuovo consiglio, fu eletto e io, con altri due compagni, ci andammo ad integrare ai capi dei kibbutzìm. La prima cosa che chiesi fu di esaminare i libri contabili dei negozi e delle altre attività. Quando i membri del vecchio consiglio si accorsero che facevamo sul serio tentarono di corrompermi in maniera "elegante". Dissi: «Signori, non si tratta di un problema di un solo individuo, è un problema di metà degli uomini, che sono stati derubati del diritto a ricevere aiuto, cui è stato attribuito il nome di "ribelli" e l'etichetta di "ladri". Nel frattempo, a loro spese avete fatto tutto quello che avete voluto, ma d'ora in avanti non sarà più così.» Furono obbligati a nominarmi amministratore di entrambi i negozi.
Davano ai sarti la stoffa per cucire le camicie nei loro laboratori, ma metà la tenevano per sé e con il resto facevano delle camicie che andavano bene al corpo di Cristo in croce…Entrai nei negozi e gli enunciai il mio "credo". Li avvertii che avrebbero dovuto rendicontare tutto fino al centesimo e che avrei saputo come controllare… avrei fissato io i prezzi e sarebbero stati scritti su un cartello! Entrai nei laboratori e detti istruzioni su che cosa e come fare, li ingiunsi di abbandonare i vecchi sistemi; mi sarei preoccupato io che ciascuno guadagnasse ciò che gli spettava, legalmente e non rubando. Organizzai meglio i laboratori e ogni tipo di corso di formazione professionale, di modo che nessuno andasse più in giro per la strade come un sonnambulo. Si erano verificati dei casi di omicidio, c'era gente che si faceva giustizia da sola,  vicende causate dall'inerzia e dall'assenza di speranza di immigrare o di ogni altra prospettiva.
Aprii negozi di barbiere in cui ci si poteva fare barba e capelli a prezzi irrisori. Organizzai lezioni di guida, corsi per elettricista e per idraulico e questo piacque molto alla dirigenza dell'UNRRA che mi aiutò con ogni mezzo. Venni a contatto con il Joint: anch'essi mi aiutarono; in particolare gli emissari della Terra d'Israele si complimentarono per l'idea di inquadrare gli uomini in una cornice organizzata per farli uscire dalla noia, soprattutto il Sabato sera. Per questo radunavamo gli uomini e organizzavamo programmi serali. Mi dovevo occupare di queste attività in tutti e quattro i campi. La distanza tra l'uno e l'altro era di circa 20 km. Quando volevo, mi davano una jeep con l'autista. Avevo anche il permesso scritto del direttore generale dell'UNRRA dell'Italia del sud, il signor Zimmerman, che mi aveva dato una lettera di raccomandazione per i campi profughi di tutt'Italia perché mi fornissero ogni aiuto di cui avessi avuto bisogno. A parte un mezzo per  spostarmi non chiesi mai neanche un pasto e tanto meno denaro, perché non mi attribuissero alcuna macchia o sospetto di disonestà. Ricevevo dal Joint un salario di tremila lire al mese.

Il signor Chiess, un indiano molto intelligente, suddito britannico che faceva parte dell'Intelligence Service, era rappresentante dell'UNRRA e mi apprezzava più di tutti. Un giorno fu convocata una riunione generale di tutti gli impiegati dell'UNRRA e degli emissari registrati ufficialmente. L'unico a partecipare che non apparteneva ai due organismi ero io. Capii pochissimo dei loro discorsi perché parlavano inglese. A metà riunione mi si avvicinò il signor Chiess e mi propose di ricevere uno stipendio dall'UNRRA. Chiesi a quanto sarebbe ammontato. Mi disse tremila lire al mese, che corrispondevano più o meno a venti dollari… Replicai: no, grazie. Rimase molto stupito dalla mia risposta, data sul momento e senza esitazione, senza neppure il tempo di riflettere. Me ne chiese la ragione. Spiegai: «Vede, tremila lire le prendo già dal Joint. Se me ne avesse offerte seimila, pensavo di accettare e di rinunciare al salario precedente, ma, visto che è la stessa cifra, resto al mio posto». Al che ribatté: «Vedi, non ci è possibile dare a un profugo più di tremila lire, perché non prendi entrambi gli stipendi…?» Obiettai che, come riuscivo a lavorare solo dodici ore al giorno e non il doppio, così non avrei potuto ricevere due paghe per le stesse ore. Si snervò, mi prese per il braccio e mi condusse da Zimmerman. Mi presentò a lui e gli raccontò tutta la storia… Di Zimmerman dicevano che era un "nazista", un "nemico d'Israele", solo cose cattive. Entrambi avevano l'idea che "tutti i profughi sono ladri, rapinatori e quant'altro" ed ecco che ora trovava un ebreo che non accettava denaro legale. Il contrario di quanto si diceva in genere. Si avvicinò per stringermi la mano e mi dette la lettera. Raccontai la storia a uno degli emissari clandestini, lo chiamavano Hayyim Appelboim, ma il suo nome vero era Abraham Hecklis. Era un uomo retto e io ne avevo grande stima. Apprezzò molto il mio comportamento e mi disse che, qualora avessi avuto bisogno di denaro, me ne avrebbe dato quanto ne volevo… Lo ringraziai puntualizzando che mi bastava quel che avevo. Sono molto lieto e fiero di non aver mai preso niente da nessuno.
Tra i funzionari dell'UNRRA c'erano anche delle giovani volontarie inglesi, dei Jewish Relief Units. Una di loro si trovava a Santa Maria di Bagni e si chiamava Hannah Ettinghausen: tutti la chiamavano Hànnale(12). Non lavorava le sue otto ore in base all'orologio. Si poteva andare a chiederle qualcosa già sul far del mattino e trovarla in ufficio ancora alle dieci o alle undici di sera. Aiutava tutti. Indossava l'uniforme militare ed aveva sempre il sorriso sul volto. Era responsabile del magazzino materiali. La propaganda era ostile ai profughi, ritenuti dei ladruncoli, disonesti di professione. C'erano degli individui isolati, casi davvero sporadici, che mettevano in cattiva luce tutti quanti e questo influenzava in qualche misura anche lei. Non si fidava di nessuno. Avevo bisogno del suo aiuto sia per avere i materiali sia perché mi facesse da interprete con gli inglesi. Non ci mise molto a convincersi che io non ero disonesto, grazie a Dio, e capì che avevo a cuore il bene di tutti. A chi si recava da lei a chiedere qualcosa domandava di portarle una mia autorizzazione. Mi dette un grande aiuto.
Riuscii a sistemare molte cose. Il "comandante" del campo profughi era un inglese. Anch'egli apprezzava il mio operato.
Si avvicinava il primo Pésah dal nostro arrivo e c'era la grande preoccupazione di come organizzare un Pésah kashèr e che gli uomini non soffrissero la fame. Si erano rivolti al Joint e il direttore aveva detto di dare per le cucine kashèr duemila lire a persona, mentre per le cucine non kashèr solo 500 lire, che corrispondevano a un dollaro e un quarto… fu uno scandalo e si levarono numerose proteste. Come permettere una tale discriminazione? Aldilà delle proteste, anche se non appartenevo né all'Agudà né al Mizrahì, desideravo con tutto il cuore, insieme ad altri, che ogni cucina fosse kasherizzata. Andai a Roma dal direttore generale del Joint, il Dottor Schwarz, con un ebreo yugoslavo, un dottore, mi dispiace non ricordarmi il nome, era un uomo dabbene e molto gentile. Mi portai dietro due giornali americani in yiddish, il «Yorker Morgenjournal» e il «Tag Blatt». Vi si leggeva un appello rivolto dal Joint agli ebrei americani, un appello strappalacrime: «… decine di migliaia di profughi sono affamati, scalzi e nudi, Pésah è alle porte e hanno bisogno di pane azzimo, di carne e di vino…» Non andavamo da lui per chiedergli di dare di più ai religiosi, anche se duemila lire erano una somma ridicola. Volevamo solo che rimediasse al trattamento impari, che tutti gli ebrei avessero lo stesso trattamento, per permetterci di kasherizzare le cucine almeno per Pésah… forse grazie a quell'intervento sarebbero rimaste kasher anche in seguito. Il Dottor Schwarz sosteneva che i religiosi avevano diritto a una somma anche più cospicua per il loro stile di vita. Gli altri avrebbero avuto cinquecento lire per fare un pasto festivo come si deve. A nulla valse la spiegazione che non si può distinguere un ebreo da un altro o che c'è differenza tra mangiare non kashèr e kashèr nei giorni di Pésah. Sfoderai allora l'artiglieria pesante: «Dottor Schwarz, sappia che, nel momento in cui si metterà a tavola al suo bel sèder di Pésah, nell'Italia del sud si svolgerà un'enorme marcia di protesta con bandiere nere e saranno convocati tutti i giornalisti d'Italia, le cui foto faranno il giro del mondo…» Presi i due giornali americani ed esclamai: «La nostra azione aiuterà il vostro scopo!» Saltò in aria come se fosse stato morso da un serpente e mi urlò contro: «Sarai tu il responsabile di qualunque cosa accada». E io, in tutta sicurezza e tranquillità, di rimando: «Dottor Schwarz, ho solo un piccolo favore da chiederle: mi faccia qualsiasi cosa, ma non mi rimandi a Auschwitz…» e ce ne andammo.
Ci recammo al centro di Agudàt Israèl, descrivemmo loro la nostra situazione e chiedemmo aiuto. Erano pronti a darci molti consigli, ma neanche un soldo. Gli raccontai che cos'era successo con il Dottor Schwarz. Uno di loro mi disse: è il rimedio migliore, non vi preoccupate, riceverete il denaro!
Tornammo a sud a mani vuote. Quando però giungemmo al campo ci fu data la buona notizia che il Joint aveva mandato per tutti la stessa somma di duemila lire a testa… Potevamo iniziare subito a kasherizzare tutte le cucine e nominammo un responsabile della kashrùt.
Accanto alla cucina, da una parte c'era l'ufficio del comandante – solo un muro divideva i due ambienti – e dall'altra parte, a circa trenta metri, c'era la posta. L'ultimo giorno di Hol ha-mo'èd stavo seduto all'ufficio postale a scrivere delle lettere. Vidi arrivare di corsa Hannah che gridava: «Presto, vieni in cucina, stanno spargendo sangue, vogliono "uccidere" il responsabile della kashrùt e i cuochi. Si è sparsa la voce che domani non ci sarà nulla da mangiare…» Mi alzai e  corsi in cucina, dove si stava combattendo una vera guerra. Alzo le braccia e mi metto a urlare: «Silenzio, signori, silenzio!»
Il parapiglia si placò, come per incanto. Chiesi a che fosse dovuta quell'agitazione. Mi risposero che il giorno dopo non ci sarebbe stato niente da mangiare. Ribattei: «Allora fatela domani la guerra, perché oggi?» Li invitai a prendere la razione e ad andare a casa e promisi che anche l'indomani ci sarebbe stato di che far festa e gli augurai buon Pésah! Ciascuno prese quanto gli spettava, si calmarono e se ne andarono. Il comandante dal piano di sopra aveva visto tutto… dissi a Hannah: «Ora non c'è molto tempo, vieni con me, chiediamo la jeep e andiamo a Santa Cesarea». Nel campo profughi, a 25-30 km di distanza da Santa Maria, c'erano due emissari della Terra d'Israele per il Mizrahì, Avner e Baruk Dubetzky, di benedetta memoria, entrambi onesti e generosi. Al nostro arrivo raccontai loro l'accaduto e che cosa sarebbe successo l'indomani se non avessimo avuto cibo. Ci dettero ventimila lire e tornammo "al volo" a Santa Maria.. Andammo dal comandante, era già quasi sera, gli detti i soldi e gli chiesi che il giorno dopo mandasse all'alba un mezzo a prendere del pesce. Così la festa trascorse tranquillamente.
Un giorno giunse da Israele un grande carico di vestiti usati. Hannah venne da me a chiedermi che farne. Le dissi che, prima di tutto, non si dovevano lasciare nel magazzino generale perché la metà l'avrebbero rubata subito. Sarebbe stato opportuno metterli in una stanza vuota e poi chiuderla bene. Non si doveva aspettare a lungo per smistarli e iniziare la distribuzione. Mi dette ascolto e tutto il carico fu portato in una stanza del comando. Scelsero me e un altro ebreo onesto, di nome Samsonov, per sorvegliare l'operazione. Fui d'accordo a una condizione, che anche Hannah restasse nel magazzino e che fosse lei l'unica a tenere la chiave. Se avesse avuto bisogno di uscire, ci avrebbe chiuso dentro. Lavorammo vari giorni a smistare i vestiti. Li ripartimmo in casse secondo il loro valore, da una parte gli abiti da uomo e dall'altra quelli da donna. Numerammo ognuna delle casse, ciascuna con due cifre - 1-1, 2-2 - poiché la popolazione era divisa in parti eguali tra kibbutzìm e profughi senza un'organizzazione. Consegnammo subito metà delle casse ai kibbutzìm: con loro fu facile, le presero e divisero tra loro i vestiti. La seconda metà la tirammo a sorte. Mettemmo dei numeri in un contenitore e, ogni volta che usciva, davamo la cassa corrispondente al possessore del numero. Tutto andò bene, non giunsero critiche da nessuna parte. Mi chiesero di scegliere ciò che volevo o di cui avevo bisogno, dissi che non prendevo niente. Penso che fu allora che Hannah si innamorò di me. Questa decisione le fece grande impressione, tanto più che mi vedeva sempre con la stessa camicia, sempre pulita… Non capiva il mio segreto finché un giorno non "ardì" chiedermelo…  le risposi che era molto semplice: di giorno indossavo la camicia e la sera scendevo al mare a lavarla; durante la notte si asciugava e il giorno successivo me la rimettevo …
Un giorno vennero da me degli operai del laboratorio a lamentare la mancanza di alcuni arnesi, c'era bisogno di parecchio denaro per sistemare la cosa. Chiesi un mezzo, una jeep, e andai a Lecce, che dista circa cinquanta km da Santa Maria di Bagni. Mi recai da Mister  Chiess(13) e gli dissi che avevo bisogno di soldi per gli arnesi. Mi chiese quanto mi occorresse e gli dissi circa trentamila lire. Mi dette la somma senza batter ciglio e senza chiedermi la ricevuta. Andai a Bari, un porto a circa 120 km dal campo, ed entrai in un negozio grandissimo che vendeva arnesi di ogni genere. Tutto ciò di cui avevo bisogno lì c'era. Per ogni arnese che prendevo in mano dicevo la metà di quanto chiedevano - o un po' più della metà – e, anche se il venditore opponeva i suoi "non voglio" e "non posso", alla fine acconsentì. Così scelsi tutto ciò di cui avevamo bisogno. Preparò il conto, che ammontava a 28000 lire. Dissi che non potevo dargliene più di ventiduemila. E il venditore: «Che significa, ma come? È impossibile!» E così via finché io: «Va bene, se non vuole, non prendo niente». Alla fine ci trovammo d'accordo. Contai il denaro e gli dissi di togliere la differenza dal conto. Lui si puntò l'indice alla testa: non sia stupido, il resto è per lei. Gli ripetei di togliere la differenza dal conto. Pensavo che diventasse pazzo, da quanto si arrabbiò! Tolse le seimila lire. Riportai il conto indietro, ci fermammo a Lecce e lo consegnai con il resto al signor Chiess. Rimase allibito, non so se della mia stupidità o della mia onestà. Ad ogni modo, da lui trovai sempre la porta aperta. Ho ancora la lettera di raccomandazione che mi dette quando dovetti andare in Inghilterra la prima volta, una lettera per l'ambasciata inglese a Roma. Non avevo passaporto, né alcun altro documento, entrai nell'ufficio UNRRA e mi dettero un foglio su cui era scritto tutto ciò che gli avevo detto di scrivere… e così ottenni il visto inglese, svizzero e francese.
Un giorno andai a Lecce a comprare della merce per i negozi, giravo per le strade e, in mezzo alla folla, non riconoscevo nessuno che avessi visto altrove. D'un tratto mi venne incontro un tale che mi abbracciò e mi baciò: «Ti ricordi che una volta ad Auschwitz hai portato sulla schiena un uomo con una gamba rotta, quando scoppiò la bomba? Ero io, Botzen…» Fui felicissimo, un altro ebreo ancora in vita che io avevo aiutato, grazie a Dio, lodate il Signore perché è buono! Feci i miei acquisti e tornai al campo. Appena arrivato, mi misi a fare i conti e a controllare le ricevute della merce consegnata. Mi mancavano 6000 lire. Mi vergognai di dirlo, per la paura che sospettassero che le avessi rubate io, e l'indomani di buon mattino andai a cercare un ebreo yugoslavo (gli yugoslavi parlavano italiano come se fosse la loro lingua materna) e insieme andammo a Lecce nel negozio dove sospettavo di aver sbagliato a fare i conti. Spiegavo al mio compagno ed egli traduceva e aggiungeva… del suo. Il cassiere sosteneva peraltro che non gli era rimasto nessun resto. Uscimmo a mani vuote e dissi al mio compagno: «Sai perché non mi hanno reso i soldi? Perché tu parli troppo bene italiano». Aggiunsi in cuor mio: «… e ancor più per tutto quello che hai aggiunto alla tua traduzione…» Lo lasciai fuori e rientrai nel negozio, chiedendo al cassiere di chiamare il direttore. Aiutandomi con le mani, una parola in italiano, una in yiddish e una in inglese, gli feci capire che io ero povero mentre lui era ricco: perché dunque avrebbe dovuto prendersi le mie seimila lire? Mi fissò, chiese qualcosa al cassiere che gli rispose, aprì la cassa e mi restituì le seimila lire. Uscii e le feci vedere all'yugoslavo. Credevo che impazzisse…
Un'altra volta mi trovavo in città. All'improvviso mi comparve davanti un ebreo che mi abbracciò, dicendo: «Tu non mi riconosci ma io so chi sei. Mi sono salvato grazie a te, né più né meno!» e prese a raccontare: «Non ti sei mai accorto che io facevo sempre in modo di venirti a lavorare vicino? Desideravo ascoltare le tue esortazioni calorose, le parole "Yidden, halt sich". Abbiamo scalato il monte, avevamo fame, eravamo esausti nel campo di Ebensee e mai una volta che tu abbia perso la fede e la sicurezza: "Ebrei, mantenetevi saldi, tra poco ci libereranno!" È stato questo a tenermi in vita, è grazie a te se sono ancora vivo!» Avvertii come una vampa di calore nel corpo. Nessuna ricchezza al mondo mi avrebbe soddisfatto più di quell'incontro casuale e di quelle parole… perché era vero che quell'esortazione mi aveva sempre confortato. Quelle parole erano per me come una preghiera costante: «Ebrei, mantenetevi saldi, sopravviveremo». Allora erano parole vuote, ma ora avevo la prova vivente che erano servite. Potessero servire, Dio lo volesse, ancora decine di migliaia di volte!
Non ero certamente venuto a Lecce per quello, ma per comprare della merce. Andai in un negozio a comprare corde e fili di ogni genere. Per l'acquisto occorreva una somma abbastanza cospicua. Il commesso fece il conto e, dopo aver caricato la merce sull'auto, mi apprestai a pagare. Il venditore mi disse: «Perché vuole pagare se ha già pagato?». Obiettai che non l'avevo ancora fatto, mentre lui continuava a sostenere il contrario. Le poche parole d'italiano che allora iniziavo a biascicare non servirono a convincerlo. Gli dissi: «Parli tedesco?(14)»Tentai di chiarirgli in tedesco che avevo pagato, ma lui mi mostrò un assegno, spiegandomi che sarebbe andato subito dopo a incassarlo in banca. Allora capii che cos'era successo. Doveva avere tolto la cassa da un cassetto dove, insieme ad altre carte, c'era un assegno che le si era attaccato sotto. Quando l'aveva rimessa a posto, l'assegno era rimasto sul bancone e per l'appunto l'importo era identico a quanto dovevo pagare io. Gli mostrai dunque il mio assegno… Il commesso si prese il capo tra le mani, uscì da dietro il bancone, mi abbracciò e, con voce concitata, mi chiamò "polonese"(15). Al che io dissi «No "polonese", ebreo!(16)». Dopo aver ripetuto la parola "ebreo" una decina di volte, mi accompagnò all'auto e mi congedò baciandomi.
L'amicizia con Hannah si fece più stretta. La gente diceva che eravamo fidanzati. Lei invece non ci pensava neppure e io non avevo neanche il coraggio di proporle una cosa del genere…
Tutti pensavano che fosse molto ricca, ma l'unica sua proprietà era l'uniforme militare e una gonna che aveva ricevuto dall'esercito. Riceveva ogni mese uno stipendio di poche sterline, una bottiglia di whisky, quattrocento sigarette americane e quattrocento grammi di cioccolato. Mangiava con gli altri funzionari alla mensa dell'UNRRA ma, poiché il cibo non era kashèr, viveva di pane, margarina e marmellata, accompagnati dal tè che il cuoco bolliva apposta per lei in una pentola di latta(17). Il whisky lo donava ai non ebrei, che ne erano ben lieti, e la cioccolata la offriva ad una vecchia che viveva nel campo. Le sigarette le distribuiva tra varie persone. A me non ne dava perché sapeva che non fumo. Mi era proibito perfino accennare alla possibilità di venderle a caro prezzo.
L'immigrazione in Terra d'Israele si svolgeva nella clandestinità e nella massima segretezza. Gli inglesi la combattevano con ogni mezzo. In ognuno dei campi profughi c'erano alcuni funzionari UNRRA cha svolgevano il compito di informatori, la cui funzione era esclusivamente quella di segnalare se c'erano uomini che abbandonavano i campi all'improvviso e di tentare di individuare i luoghi di raccolta dei candidati all'immigrazione.
Gli uomini si dileguavano in silenzio, ma i loro nomi non venivano cancellati dai registri e nelle cucine si continuavano a preparare le loro porzioni, come se mangiassero ancora lì. Quanto avanzava veniva raccolto e inviato sulle navi per gli immigrati clandestini. Ci furono vari incidenti curiosi e moltissimi ostacoli all'impresa.
Una volta accompagnai dieci uomini da Santa Cesarea a Bari, da dove sarebbero stati portati al luogo in cui era ancorata la nave. Allora in Italia il cibo era ancora razionato in misere quantità e nel sud la situazione era davvero terribile. La maggior parte della popolazione era poverissima e per questo il livello di attenzione era elevato. Per strada la polizia ci fermò a un posto di blocco. Scesi dall'auto e chiesi che era successo. Volevano perquisire il camion. Eravamo carichi di cibo,  coperte, materassi e avevamo a bordo dieci candidati all'immigrazione. In quei casi il mio "rimedio" era sempre lo stesso: una forma di pane o - meglio ancora - una scatoletta di carne. Con questi doni si poteva dissuadere chiunque, perché tutti avevano fame. Il blocco fu tolto e fummo liberi di proseguire.
Un giorno mi dettero cento uomini da portare a Lecce, da dove avrebbero dovuto prendere il treno per Roma. Giungemmo alla stazione proprio quando il capostazione era sul punto di sventolare la sua bandierina per segnalare al macchinista che poteva avviare il locomotore. Gli feci un cenno e gli corsi incontro. Con poche parole e con segnali decisi fermò il treno e mandò subito il macchinista con il locomotore a prendere un'altra carrozza su cui salì il gruppo dei profughi, che giunse a destinazione sano e salvo. Il capostazione ricevette in cambio il pane con due scatolette di carne.
I biglietti… non sapevamo neppure dove si comprassero. Una volta fu organizzato un grande raduno a Roma, cui avrebbero partecipato i rappresentanti di tutte le organizzazioni di profughi in Italia. Il convegno si teneva a Ostia, non lontano da Roma, un luogo di vacanza regale… sul mare, un posto bellissimo. I delegati del sud si riunirono alla stazione di Nardò. Eravamo una cinquantina. Giungemmo puntuali alla stazione ma il treno era già strapieno. Allora andai dal capostazione con il mio "rimedio" collaudato… e senza dir parola, seppe subito come agire. Fece aggiungere una carrozza, salimmo, ci sedemmo e ci mettemmo a cantare. Entrò una donna dall'aspetto dimesso, con uno scatolone tutto rotto, e ci chiese la cortesia di farla sedere con noi. Accettavamo di buon cuore gli ospiti e acconsentimmo. Il treno partì e per la strada venne il controllore, gli dicemmo: «Ciao, tutti congressisti(18)», guardò la donna e chiese chi fosse. «Una di noi», rispondemmo; riprese il suo cammino e se ne andò. Ai congressisti non si manca di rispetto, vero?
Giunse il momento che io e Hannah prendemmo la decisione di fidanzarci. Hannah andò in vacanza in Inghilterra e io dovevo raggiungerla in seguito. Lasciai i miei incarichi a un compagno, con cui avevo fatto amicizia nel campo, David Rapaport, anch'egli membro del "Lavoratore". Eravamo così uniti nel movimento da essere davvero "compagni", senza che ci conoscessimo veramente, solo sulla base delle esperienze di vita. Uno di loro era Urbach, un uomo di grande ingegno e di tutto rispetto che nel passato era stato del Bund(19) . C'erano i due fratelli Abush, cui mi legai di stretta amicizia, anche se diffidavo della loro eccessiva impulsività: uno si sposò con un'emissaria della Terra d'Israele; l'altro era responsabile del magazzino vestiario. Un giorno venne da me e mi raccontò che la notte dei ladri avevano visitato il magazzino. Rimasi molto turbato… Feci molte domande e dalle risposte mi convinsi a credergli. Gli consigliai di preparare una cassa di vestiti, di lasciarla in un posto che saltasse all'occhio e di controllare il giorno dopo per essere sicuri che il furto avvenisse di notte. Doveva essere lui l'ultimo a uscire dal magazzino quella sera, visto che era lui ad avere tutte le chiavi! Fece come gli avevo consigliato… Andò di buon mattino al magazzino e la cassa era sparita… lo avvertii di non farne parola con nessuno, perché non incolpassero noi del furto. Temevo questa prospettiva e perciò proposi che ci consigliassimo sul daffarsi tutti e cinque. Come prendere il ladro? Suggerii che quella stessa notte, dopo che tutti gli operai del magazzino avevano terminato il lavoro e se ne erano andati, il responsabile se ne uscisse per ultimo e tornasse a casa. Più tardi doveva rientrare nel magazzino con il fratello, prestando la massima cautela che nessuno si accorgesse di niente. Suggerii loro di armarsi di una torcia potente –  avevano anche una pistola -, di restare nascosti nel magazzino, perché certamente il ladro sarebbe entrato con una torcia e avrebbe controllato che non ci fosse nessuno. Una volta scoperto, gli dovevano puntare la luce in faccia: sarebbe rimasto abbagliato e non avrebbe saputo che fare. Poi dovevano controllare che non fosse armato. Gli ripetei più volte di non essere impulsivi e di non servirsi della pistola, che doveva essere usata solo per difesa personale e non per uccidere. Passò la notte e non venne nessuno. Verso l'alba se ne uscirono delusi. La seconda notte il responsabile venne da me a chiedermi che anch'io rimanessi di guardia. Non avevo nessuna voglia e feci di tutto per defilarmi. Che c'entravo io con quella brutta storia? D'altra parte, non ero anch'io un compagno? Così decisi di andare, rimasi tutta la notte vigile per impedirgli di usare la pistola, Dio non volesse! Invece mi fornii di un bel bastone, quello sì, per spezzargli un po' le ossa, non gli avrebbe nuociuto troppo a quel filibustiere… Grazie a Dio la notte passò tranquilla e neanche allora venne nessuno. Gli dissi che non doveva disperare, il ladro sarebbe certo tornato, ma aveva bisogno di tempo dopo il furto per vendere la refurtiva. La terza notte due dei fratelli tornarono a fare la guardia. La mattina successiva, quando mi svegliai e uscii di casa, nel campo c'era una certa agitazione… la notte era tornato il ladro, un ebreo ungherese di una certa età, che passava da una botola aperta nel soffitto per entrare nel magazzino e scegliersi i vestiti migliori, con cui riempiva un sacco e scappava. I due fratelli furono troppo impulsivi e, presi dalla concitazione, gli spararono un colpo ferendolo alla spina dorsale. Fu portato in ambulanza all'ospedale, dove rimase circa un mese prima di morire. Aveva uno o due figli che, timorosi delle rappresaglie, lasciarono il campo e fuggirono a Roma(20).
[…]
Tornammo [Hannah e io] a Roma(21)  e alloggiammo all'hotel Mediterraneo, uno dei più belli della capitale, che apparteneva all'UNRRA. Subito dopo per importanza veniva un hotel presso la stazione, il Quirinale, in via Nazionale. Dopo un paio di giorni, tornammo a sud. Decisero di mandarmi a Milano. A dire il vero là il lavoro sarebbe stato molto più interessante. Intorno al capoluogo lombardo c'erano molti campi profughi e in città aveva sede l'ufficio generale, in via Unione 5. Era come trovarsi in un'immensa stazione ferroviaria: ogni giorno arrivavano a decine e a centinaia nuovi profughi da tutta Europa e bisognava organizzarli e smistarli, dar loro i beni di prima necessità e occuparsi di molte altre faccende.
Ma io decisi di non andare, perché non avrebbero trasferito Hannah. Mandai al mio posto il compagno Rapaport, per il quale il posto fu vantaggioso perché guadagnò bene. Purtroppo, me ne vergogno, non lo avevo considerato bene. Invece che in Terra d'Israele si stabilì a Parigi, dove trovò una ragazza, si sposò e aprì una fabbrica di camicie. Ma poiché questo non gli bastava, iniziò un traffico di diamanti, che contrabbandava in America per mezzo di un suo agente. Quando si accorse che l'affare funzionava e il guadagno era consistente, il suo appetito andò crescendo di giorno in giorno e investì tutti i suoi averi in una grande spedizione, ma l'agente, che si era reso conto che il suo committente si era arricchito grazie a lui, quando giunse all'aeroporto americano consegnò spontaneamente la merce introdotta in maniera illegale e rivelò l'indirizzo del suo mandante. Secondo la legge locale, il delatore si prendeva la metà del valore e l'altra metà se la tenevano gli americani. Dettero incarico all'Interpol di occuparsi del mio amico e una notte andarono ad arrestarlo. Rapaport fuggì dalla finestra e riparò in Canada. Anche lì ha fatto di tutto. È stato varie volte in Israele e ogni volta è venuto a trovarmi. Ogni capodanno mi mandava un biglietto di auguri per l'anno nuovo, ma già da qualche anno non ho più notizie di lui. Non ha avuto figli.
Da Santa Maria di Bagni ci trasferimmo a Santa Cesarea. Lì abitavo con Baruch Duvdevani(22), di benedetta memoria, in una stanza d'albergo. Hannah abitava in una residenza dell'UNRRA, ove aveva una bella stanza da sola. Mangiavo nel refettorio dell'UNRRA o presso quello del Mizrahì. Non mi piaceva invece l'Agudà, il cui capo, che veniva dalla Terra d'Israele, si chiamava Oppenheimer, di benedetta memoria: che mi perdoni, ma era un mediocre, né troppo saggio, né troppo sciocco.
Dunque ormai tutte le organizzazioni sioniste si erano messe all'opera. Purtroppo dalla Shoà non avevano imparato niente. I membri del Betar, che giocavano a fare i clandestini, un giorno mi mandarono a chiamare, pensavo mi dovessero chiedere un favore… andai, mi portarono in una specie di soffitta e iniziarono a "inquisirmi", come se fossi sospettato di delazione… perché avevo contatti con l'UNRRA. Mi limitai a fissarli come fossero degli idioti, dei disgraziati. Gli chiesi di dirmi che cosa avrei dovuto rivelare di loro, a parte il fatto che erano dei buoni a nulla. «Mi sospettate di azioni tanto spregevoli per ciò che faccio? Meglio favorire l'immigrazione restando a contatto con il personale dell'UNRRA che rimanere tutto il tempo qui in questa soffitta …» e me ne andai.
Un giorno, quando ci eravamo resi conto che l'immigrazione non andava secondo i piani, organizzai una marcia di protesta contro il ministro degli esteri britannico Bevin. Parlai agli uomini da un balcone, poi scesi e mi unii alla marcia  Ho ancora delle foto di quella giornata.
A poco a poco i campi si svuotarono e una parte dei profughi migrò… a Cipro(23). Una parte iniziò a organizzarsi per andare in America. Infine fu presa la decisione di chiudere i campi dell'Italia del sud.

(traduzione italiana dall'ebraico di Fabrizio Lelli)

 



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