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JEWISH REFUGEES

IN APULIA
Witnesses of Rebirth

 

PROFUGHI EBREI

IN PUGLIA
Testimonianze di una rinascita

 

Un'odissea dei nostri giorni


MOSHE RON
Galatina, Congedo, 2004

(traduzione italiana dall’ebraico [Odissea modernit, Yerushalayim 1999] di Fabrizio Lelli).

Pagg. 127/128/129 (Moshe Ron sottolinea le precarie condizioni economiche del Salento, ma, nonostante questo, grazie all’UNRRA ai profughi vengono forniti i beni indispensabili per la sopravvivenza):
Dopo una breve permanenza a Bari, fummo inviati ad un campo profughi ancora più a sud, al capo di Santa Maria di Leuca, nel punto più meridionale del tacco dello stivale italiano. Sulla costa intorno al capo si trovavano alcuni paesini abitati da una popolazione residente molto povera, qualche rara famiglia di pescatori e altre famiglie ancor più misere. Nei villaggi sorgevano anche belle ville in pietra che, in tempi e condizioni senza dubbio migliori, erano state residenze estive di pugliesi benestanti. All’epoca dell’occupazione dell’Italia meridionale erano state espropriate dall’esercito che se ne era servito per alloggiarvi le truppe. Abbandonate frettolosamente al sopraggiungere delle armate nemiche erano state destinate dall’UNRRA all’accoglienza dei profughi. In quella zona del Salento, che comprendeva i paesi di Santa Mari al Bagno, Santa Croce e, appunto, Santa Maria di Leuca, risiedevano, già prima del nostro arrivo, circa duemila rifugiati.  […] A quel che mi è dato ricordare, al nostro livello mancava un’organizzazione educativa, perché non c’erano bambini. Gli adulti avevano perso i loro fogli nella Shoà. Se c’erano giovani, erano orfani e di loro si prendeva cura l’istituzione dell’immigrazione giovanile. Si formavano coppie e iniziavano a nascere bambini, ma erano troppo piccoli perché si potesse pensare ad un servizio scolastico. All’inizio, finché non ci trovammo nel caos organizzativo, mangiammo tutti insieme nel refettorio. Dopo qualche tempo chiedemmo di ricevere le provviste direttamente dal magazzino e ogni gruppo si organizzò una cucina propria. […] Tutti, compagni e compagne, cucivano per il gruppo anche se non esisteva un’istituzione specifica che si occupasse dell’amministrazione domestica.

 

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